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Il fascino del Food Design. Conversazione con Luca Leonori

Progetti di cibo e progetti per il cibo. Design anonimo e design d’autore. Laboratori e ricerca universitaria. Questi alcuni dei temi emersi nella conversazione con l’architetto e designer Luca Leonori, docente di Disegno Industriale a Roma presso la Facoltà di Architettura a Valle Giulia e di Allestimento presso la “Ludovico Quaroni”, responsabile dei corsi di Disegno Industriale dell’Istituto Quasar. Tra i suoi numerosissimi progetti, segnaliamo l’allestimento dell’interessante mostra sul made in Italy Loghi d’Italia. Storie dell’arte di eccellere (Castel Sant’Angelo, Roma 21 novembre – 8 febbraio 2009), ricca di interessanti oggetti di design delle principali imprese storiche italiane del settore alimentare.

Durante la sua decennale attività, Leonori si è spesso occupato di design del cibo; con gli studenti del corso di Disegno Industriale dell’Istituto Quasar ha lavorato di recente ad un progetto intorno al caffè e ai suoi accessori commissionato da Palombini e presentato nell’ambito del Quasar Creativity Tour 2009 con il titolo di Coffee Shock. Miscele di design: expo, video, musica e buffet (dal 7 al 13 luglio 2009 alla galleria di architettura “Come se”, Roma).

Conversazione con Luca Leonori

Quale interesse nasconde, per lei, il Food Design?

Nell’ambito del design del cibo si trovano tanti spunti per progettare in altri campi del design. Io prediligo molto il design anonimo e nelle proiezioni che presento ai ragazzi durante le lezioni all’Università o all’Istituto Quasar, gran parte delle cose nascono proprio dal design legato al cibo, perché trovo che la fantasia del designer o di chi si accosta al problema del cibo sia fortemente stimolata. Molto più stimolata che in altri contesti. Sono sempre molto attratto e incuriosito da quegli oggetti che sanno risolvere i problemi materiali che possono sorgere in cucina. Come per esempio, uno sbucciapatate  disegnato come un anello, in  modo che la sbucciatura diventi una sorta di accarezzamento, quasi un rito sensuale. Invece di avere una patata rozza, pelata con il coltello che ne toglie la metà, ho alla fine una patata liscia, pulita con questo oggetto che considero particolare e unico, divertente e tecnicamente molto studiato: composto da una feritoia che permette di adattare il buco al diametro diverso delle dita; e da una lamella che gira e che quindi si adatta alla convessità, alla forma della patata. In questo oggetto banalissimo, disegnato non si sa da chi - forse da un famosissimo designer o può darsi da nessuno - c’è una tale componente tecnologica, innovativa, inventiva capace di risolvere la funzione in modo ineccepibile, che lo trovo espressione di design perfetto. Qui sta il fascino.

Così lo snocciola olive costituito da una molla, che ha un bicchierino con un buco, un perno, nel quale si mette l’oliva, si schiaccia, esce l’oliva da sotto: questo oggetto è un esempio di food design che sembra banale, ma che nella sua genialità di inventiva è interessantissimo.

Sono un appassionato di queste cose, mi incuriosisce di più un oggetto che, nella sua semplicità, ha un’inventiva superiore a quella che potrebbe avere un oggetto eclatante. Per esempio ho una piccola raccolta di cavatappi di bottiglie – ogni volta che ne vedo uno attraente, lo compro -. C’è un cavatappi diabolico, con moltissime leve e rimandi che fa stappare la bottiglia quasi senza fatica: ma è un oggetto mostruoso dal punto di vista dell’ottenimento del risultato rispetto allo sforzo tecnologico per poterlo produrre. È  molto più geniale l’apribottiglie del sommelier che gira e fa leva sul collo della bottiglia. Queste sono le cose che stimolano di più la creatività. Per esempio una ragazza giapponese ha progettato uno strumento per la bottiglia di Coca Cola che si porta sulla cintura: è il tappo della bottiglia che permette di bere. Oggetti praticamente non necessari, che però hanno un’inventiva.

 

Un esempio di design blasonato è la tazzina di caffè disegnata Philippe Starks. È pensato per una circostanza sempre più comune, i pranzi in piedi, durante i quali si usano oggetti di plastica usa e getta studiati per permettere di muoversi liberamente. 

 

Così se si intende, come io ritengo,  food anche l’acqua, è interessante la bottiglia amaterica disegnata da Jasper Morrison. Mentre di solito la bottiglia ha una dimensione e una geometria definita, questa non le possiede ma si fa trasformare dall’acqua, elemento non geometrico. Il progetto segue l’idea di creare un oggetto che smaterializzi e non consumi l’acqua. La bottiglia cambia assolutamente dimensione ed efficacia una volta che viene svuotata: quando è piena di acqua sembra un volume, viene materializzata, invece quando è vuota diventa un elemento più banale: è l’acqua che ne determina le caratteristiche.

 

Food non è solo mangiare, ma anche bere. Così sono interessanti i tappi delle bottiglie con la leva per cui si comprime la guarnizione di gomma. Sono oggetti che capitano nelle nostre mani in maniera costante, che però se visti con un’attenzione maggiore – ed è questo l’aspetto che mi diverte –, mostrano la tecnologia e l'inventiva nascoste in oggetti così semplici e banali.

 

 

Quando inizia il Food design? È contemporaneo del design?

Può avere anche una data contemporanea di inizio: se prendessimo in considerazione il design degli oggetti anonimi, come gli scolapasta affascinanti e fascinosi dei primi del Novecento, o se addirittura si facesse puntigliosamente una ricerca sistematica, ci accorgeremmo che il design del cibo non comincia con le sperimentazioni di Alessi sulla caffettiera nel 1970-1980. Secondo me, il design legato al cibo nasce insieme al design industriale.

Quello che forse ultimamente è cambiato, è il riconoscere che esiste nel design un settore specializzato sul cibo; si cerca in qualche modo di teorizzarne le caratteristiche distintive. Anche se di design legato al cibo è piena la storia del Novecento. Certo, se pensiamo alle cucine economiche, alla bellezza delle cucine che si alzavano e si incastravano – meccanismo che ho ripreso per un attaccapanni, usando il sistema orizzontale delle staffe su cui si riscaldavano gli oggetti –, o al sistema stesso delle cucine economiche: i fornelli in ghisa, concentrici, … Per me design è tutto, tutto quello che serve alla nostra vita – dalla caffettiera di plastica agli oggetti di Alessi.

Nel volume Multipli di cibo. 100 progetti di Foodesign Guzzini (ndr.: catalogo della mostra che si è svolta nell’aprile del 2004 alla Triennale di Milano) sono riuniti i progetti dei maggiori designer, che per l’occasione hanno fatto esibizione delle loro capacità: da Ettore Sottsass a Ron Arad a Massimiliano Fuksas a Matteo Thun.

 

 

A parte il design anonimo, il design firmato si dirige attualmente più verso un accarezzamento della forma o della funzione? o i due aspetti vengono interpretati in maniera proporzionata e legata?

Io credo, e le rispondo come intuizione piuttosto che come conoscenza vera e propria, che purtroppo nel design in questo momento storico prevale sempre di più la forma rispetto alla funzione come ricerca estetica e tecnologica; mentre l’interpretazione della funzione, specialmente nel food design, è sicuramente l’aspetto più stimolante. Soprattutto se estendiamo il concetto di food design al furniture design, si può affermare che in questo periodo storico l’aspetto formale stia prevalendo sull’aspetto funzionale. Si pensa  di più a disegnare oggetti formalmente interessanti - e l’operazione sarà commercialmente di sicuro più efficace - ma è una tendenza che non mi trova in generale in completa sintonia.

L’università che ruolo svolge? Risponde alle richieste delle aziende o le aziende recepiscono le innovazioni nate in seno all’università?

Se l’università facesse e fosse quello che purtroppo non fa e non è, cioè producesse progetti ed elementi che possano poi servire ad attirare l’industria, ci potrebbe essere una risposta incoraggiante, ma questa risposta non c’è perché l’università non produce nulla. Le poche esperienze fatte in questo ambito - e le pubblicazioni sul Food design lo dimostrano - le abbiamo fatte nella scuola in cui insegno perché siamo stati chiamati dall’industria per produrre dei progetti. Per la mia esperienza alla Quaroni e a Valle Giulia, dove l’insegnamento di design ha pochi anni (a Milano con il Politecnico è la situazione è diversa), posso dire che a Roma e per questo specifico settore l’università non ha nessun collegamento con l’industria.

Neanche per quello che riguarda la ricerca su nuovi materiali da utilizzare?

Si, ma è tutto talmente spalmato, talmente scollegato; … ciò che posso testimoniare per esperienza diretta è che in questa città non c’è una connessione stretta tra i due mondi.

Ci sono, però, sempre più corsi universitari, master dedicati a questo settore di ricerca…

Si, nelle scuole un po’ più specializzate questo avviene, come nelle due scuole romane di design (ndr.: Istituto Quasar e Istituto Europeo di Design). L’Istituto Quasar ha partecipato alla mostra, realizzata nella sede del Gambero Rosso a Roma, Food Design Story: 50 anni di premi Compasso d'Oro, organizzata con ADI Centro, Associazione del Disegno Industriale, presentando vari progetti e prototipi, come lo scolapasta che si schiaccia.

 

 

Abbiamo disegnato, su richiesta, una serie di oggetti dedicati al cibo, dal portaolio, al porta aceto, al taglia formaggio, facendo una ricerca anche nell’ambito del packaging.

 

 

 

 

In quale modo il food design ha influito sulle tendenze di consumo, sui modi di mangiare; quanto il progettare un oggetto può cambiare lo stile del convivio?

Io credo in maniera piuttosto periferica. Nell’arredamento può farlo molto di più, ma nell’arte del mangiare, nell’arte del piacere o del cucinare, forse poco. Qualche eccezione interessante ci può essere, come con le macchine del caffè espresso, o la ricerca attorno ai piatti più adatti al consumo di cibo in piedi.

A lei sembra perciò che il progetto venga dopo, cioè in generale risponda ad un’istanza precisa, come nel caso della tendenza contemporanea a mangiare in piedi.

Si, a questa richiesta, a questa esigenza di un approccio al cibo più veloce, più scomodo, meno classico, il design si è adeguato. Il design spesso non precede, ma cerca di rispondere alle esigenze che gli vengono mostrate. È ciò che abbiamo fatto per esempio per Barilla che voleva strumenti utili per la pasta: così abbiamo progettato la forchetta che non tocca la tavola in modo da evitare macchie di sugo sulla tovaglia, la cui idea di partenza ha una derivazione anche antica. Partendo invece da un tipo di approccio di funzione classica, abbiamo realizzato un oggetto che può servire a diversi scopi: cuocere la pasta, scolarla e riscaldare il sugo.

È possibile immaginare una rete tra industria, università, turismo enogastronomico, editoria; esiste un collegamento tra tutto ciò o ognuno procede per comparti separati?

Io non vedo un filo che colleghi attualmente questi diversi settori con una logica ferrea, perché tutto procede in forma pressoché spontanea; non credo che ci sia un disegno precostituito perché manca l’elemento connettivo, che potrebbe essere il momento culturale, perciò la sperimentazione, lo studio, che potrebbe fare da collegamento tra i vari settori. Per esempio, i Guzzini che progettano oggetti per il food in particolare, credo che abbiano una loro politica aziendale, ma che non abbiano realizzato questo legame che invece potrebbe essere molto più valido.

Lei, insieme ai suoi studenti, ha di solito progettato quello che viene indicato precisamente come “design for food”, piuttosto che “food design”, nel senso di disegno del cibo vero e proprio, come può essere una forma particolare di pasta adatta ad assorbire il sugo in modo speciale.

Abbiamo fatto anche quella, anche se il design del food è abbastanza raro. Abbiamo disegnato la scatola di imballaggio per Barilla. C’è una tale possibilità di progettare.

Attualmente quali sono i mezzi di comunicazione che vengono utilizzati per presentare i progetti di design legati al cibo e quali possono essere gli sviluppi ulteriori, da internet alla mostra, al libro? Quali sono i canali migliori per farli conoscere?

Sicuramente la pubblicità sui libri, sulle riviste di settore; tramite internet forse, ma non è il canale che utilizzerei io.

Quale impulso possono dare alla materia, secondo lei, gli archivi e i musei d’impresa, in grado di  mettere a disposizione di studiosi e turisti curiosi i percorsi compiuti dai progetti, da quelli realizzati a quelli alla fine mai realizzati?

Gli archivi Peroni, Alessi, Guzzini, Barilla, per esempio, la mostra “Loghi d’Italia”, sono luoghi e occasioni per esaminare oggetti storici interessantissimi che normalmente è difficile vedere. Nel cibo c’è gran parte della storia e della cultura italiana. Si dovrebbe porre più attenzione alla divulgazione della cultura gastronomica del nostro paese. Il gradimento della mostra è stato incoraggiante e ha dimostrato che esiste un vero interesse per questo ambito di nicchia. Una ricerca sul design anonimo darebbe di certo risultati molto stimolanti, ma l’università dovrebbe essere più propositiva.

[a cura di A. Blundo]

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Alcune riflessioni sul fenomeno in crescente evidenza dell'uso di grafica e stilemi del passato nel packaging dei prodotti di largo consumo, alimentari e non solo - come uno dei tasselli di più ampie campagne di comunicazione, incentrate sul motivo della memoria, della nostalgia e del “buono” di altri tempi.