“Il design è come fare la maionese: si continua a frullare finché non è pronta”.
Design e cibo: un’unione che ha origine nello stesso processo creativo, fatto di attenzione e pazienza. Così come afferma, in una battuta, la giovane designer francese Constance Guisset che, nuova Alice nel Paese delle Meraviglie, scopre la vita nascosta degli oggetti quotidiani e progetta cucchiai, forchette e coltelli che, incastrati, sembrano acrobati volteggianti sulla tavola.
Design e cibo: un incontro stimolante che regala piaceri della gola e della vista, offre soluzioni intelligenti alle necessità culinarie, realizza accoglienti spazi conviviali, dà forma e significato a molti gesti quotidiani.
A questo connubio Cultura Gastronomica dedicherà una nuova rubrica che si occuperà di sondare la storia e la natura degli oggetti che circondano il paesaggio della cucina.
Oggetti penetrati tanto profondamente nella nostra vita da non essere più considerati con curiosità: dalla
pentola a pressione Lagostina , alla bottiglia della birra Peroni o a quella del CampariSoda firmata da Depero, dalla scatola della Liqurizia Amarelli, ai piatti di carta, alla tazzina Illy di Matteo Thun; fino ancora a prodotti gastronomici come la Nutella, la carne Simmenthal, il Bacio Perugina o il Pocket Coffee.

Progetti per il cibo e con il cibo, molti dalla firma ben riconoscibile, moltissimi altri senza apparente paternità. Oggetti anonimi, di una bellezza che funziona, come quelli perfetti e inaspettati scelti da Bruno Munari: le arance e i piselli.

“Arancia. L’oggetto è costituito da una serie di contenitori modulati a forma di spicchio, disposti attorno ad un asse centrale verticale, al quale ogni spicchio appoggia il suo lato rettilineo mentre tutti i lati curvi rivolti verso l’esterno, danno nell’insieme come forma globale, una specie di sfera.”
“Piselli. Pillole alimentari di diversi diametri, confezionati in astucci bivalve molto eleganti, per forma, colore, materia, semitrasparenza e semplicità d’apertura. … Una delle caratteristiche tipiche di queste produzioni è la variazione della serie. Problema molto discusso nei vari congressi mondiali di designers: nella produzione di un oggetto di grandissima produzione dobbiamo tener cont
o dei gusti del pubblico e proporre possibili variazioni al modello così da aumentare le vendite accontentando un maggior numero di compratori?”
Così con ironia, Bruno Munari descrive nel suo libro Good Design (Milano, 1963) due esempi di Food Design, due “prodotti industriali” della Natura, ammirata da lui come prima e più importante rappresentante di design anonimo. In modo simile, natura e progetto convivono in quei prodotti senza nome ai quali Munari, affascinato, dedica nel 1972 il “Premio Compasso d’oro a ignoti”.
Li apprezza perché posseggono le qualità fondamentali del good design:
“… per il loro equilibrio tra materia, tecniche, funzione, forma, si pongono fuori dalle mode, dagli stili e durano nel tempo finché una nuova materia, o una nuova tecnica non propongono nuove soluzioni per la medesima funzione.” (In Da cosa nasce cosa. Appunti per una metodologia progettuale, 1989).
Gli oggetti di design anonimo mostrano, per Munari, una “forma spontanea”:
“in questi oggetti si legge un’osservazione attenta delle leggi spontanee della natura … una forma di naturalezza industriale, dettata dalla chiarezza e dall’economia costruttiva” (in R. Giovanetti, N. Goettsche, a cura di, Oggetti discreti. Un viaggio nel mondo degli oggetti d’autore anonimo, 1997)
Riflessioni nate negli anni Sessanta, pochi anni dopo la consacrazione, avvenuta nel 1954, del design italiano con la prima edizione del Premio Compasso d’Oro, voluto dalla Rinascente, e poi continuato dal 1962 fino ad oggi dall’ADI, l’Associazione per il Disegno Industriale.
Riflessioni dalle quali il design si è lentamente allontanato, seguendo altre vie, altre forme, altre funzioni più emozionali ed interattive, offrendo altre risposte alle richieste del mercato e dando uno spazio sempre più grande allo star-system.
Ma riflessioni ancora ben vive se, per esempio in una mostra al MoMA nel 2005 sono stati presentati da Paola
Antonelli, la curatrice del Dipartimento di Architettura e Design del museo, 100 “umili capolavori”, oggetti senza nome tra cui spiccano anche numerosi prodotti legati al mondo del cibo, come la zolletta di zucchero, il cono gelato, la bustina per il the, il bicchiere di carta usa e getta, la Moka Bialetti, il Toblerone (dal catalogo Humble masterpieces. 100 every day marvelels of design, London, 2005).
Paola Antonelli spiega il suo interesse affermando che
most everyday objects speak of the timeless role of craftsmanship, the timeliness of innovation, and the continuous guidance that the material culture can provide. They are anonymous designs in that we often do not know the name of the person who drew them up. … they are frequently identified by a brand.
Sono oggetti meravigliosi, “beautiful”, continua Paola Antonelli, perché sono utili, così utili da diventare necessari, accessibili, ingegnosi e innovativi nel proporre una nuova soluzione o una nuova tipologia di oggetti.
La comprensione del vasto dibattito sul design - anonimo, tecnico o creativo -, la conoscenza della sua storia e le previsioni sul suo futuro sono possibili soprattutto se si accolgono le indicazioni di Enrico Castelnuovo: leggere le cose, gli oggetti e i loro progetti in maniera pluridisciplinare, individuandone i temi legati all’economia, all’industria, al lavoro, al commercio, alle tecniche, alla tecnologia, ai consumi, alla sociologia, alla cultura artistica e scientifica, tecnica e visiva, alle abitudini percettive, all’arte e all’architettura.
Raccontare il design, il suo passato e il suo presente significa far incontrare le diverse sfere e “proprio i luoghi dove queste vicende si toccano e interagiscono costituiscono i nodi più interessanti, più sintomatici.” (in E. Castelnuovo (a cura di), Storia del disegno industriale. 1750-1850. L’età della rivoluzione industriale, Milano, 1989).
L’invito vale anche per indagini nel settore - finora abbastanza minore, ma sempre più in espansione – del design del cibo, o food design. La nuova rubrica intende infatti offrire, attraverso uno sguardo multidisciplinare sul design, nuovi spunti di riflessione per la conoscenza e la comprensione della cultura gastronomica, di quella cultura materiale che è frutto dell’incontro dell’uomo con il cibo.
La forma del cibo, degli oggetti utili alla sua manipolazione, cottura, servizio e consumo è il risultato di progetti anonimi, di uffici tecnici aziendali, di singoli designer o di gruppi famosi, della creatività infine di giovani studenti.
Ogni forma ha la sua funzione e ogni funzione ha la sua forma. Ma l’essenza di questi oggetti si può esaurire tutta nel rapporto forma/funzione, materia/tecnologia? Solo ad una prima veloce ed empirica lettura, perché esiste quello che Francesco La Cecla chiama il “respiro degli oggetti”, un respiro che svela i loro ulteriori e profondi significati.
Le merci, cioè tutte le invenzioni della società capitalistica,
“alludono a tutt’altro che alla propria pura evidenza materiale, sono sovraccariche di ben altre valenze simboliche, nascondono il processo che le ha prodotte. … nascondono le relazioni sociali ed economiche di cui sono frutto … Gli oggetti della nostra vita quotidiana, tutti trasformati in merce, si presentano a noi con un’anima carica. Sgusciando dal riflesso delle vetrine ammiccano ad altri mondi, anche se l’esoticità che ci vendono è una familiarità: la nostra vecchia caffettiera trasformata in Italian Style.” (in Non è cosa. Vita affettiva degli oggetti, Milano, 1998)
Il Food design sembra porre l’accento in modo particolare proprio sul valore simbolico del cibo, propone idee e progetti che possano condurre ad un’esperienza gastronomica polisensoriale, nella quale il piacere estetico ha valore quanto il gusto, il tatto, la vista, l’olfatto e l’udito. Oggetti quindi, ma anche luoghi funzionali ed esteticamente attraenti, studiati per accogliere le fasi di manipolazione del cibo e il suo consumo.
Oggetti e luoghi attenti alle nuove tendenze dell’enogastronomia, ai nuovi stili di vita e di consumo, alle mutate esigenze della convivialità. I designers rinnovano la tavola per dare posto ai piatti della tradizione. Memoria e innovazione si incontrano.
In questo spazio si cercherà di dare voce, di volta in volta, ai diversi protagonisti e studiosi del design legato al cibo: designers, storici, architetti, artisti, tecnici, economisti, sociologi, creativi, rappresentanti di scuole, università, aziende e musei. Voci di un mondo in cui la comunicazione interna è ancora talmente poca, da convincere l’ADI a costituire una Delegazione sul Food Design che si occupi di far dialogare i diversi settori della progettazione e della produzione attorno e con il cibo.
A partire dal prossimo numero daremo spazio ai nostri interlocutori. La prima voce sul tema sarà quella dell’architetto e designers Luca Leonori, docente di disegno industriale a Roma presso la Facoltà di Architettura a Valle Giulia e di allestimento presso la “Ludovico Quaroni”, responsabile dei corsi di disegno industriale dell’Istituto Quasar. Tra i suoi numerosissimi progetti, anche il recente allestimento dell’interessante mostra Loghi d’Italia. Storie dell’arte di eccellere, che si è svolta a Castel Sant’Angelo a Roma fino all’8 febbraio 2009 e che, dalla primavera del 2009 per tre anni, sarà presentata negli Istituti di Cultura Italiana all’estero. Durante la sua decennale attività si è spesso occupato di design del cibo.